Curiosità e Consigli

Coltivare lumache. È boom a tavola con l’elicicoltura

12 marzo 2018
Forma e gusto - Lumache ed elicoltura

Non arrendersi di fronte a disoccupazione e precarietà, oggi, vuol dire anche inventare il proprio lavoro, dal nulla. Infatti, molti giovani, si industriano per cercare un’idea, “quella giusta”, che possa rappresentare una chance per il futuro. Imprenditori che diventano agricoltori, appassionati di internet abili sviluppatori di app, o laureati che aprono profili social per fare commissioni per conto di altri.

In questo modo, si cerca di superare la crisi economica e sociale di un paese in cui disoccupazione e contratti a termine sono all’ordine del giorno. Ma “non tutti i mali vengono per nuocere” e, infatti, una delle conseguenze positive di questo “sistema”, ha portato alla nascita di nuove attività che non avremmo mai immaginato potessero svilupparsi così bene e così in fretta.

E così, dall’idea di alcuni giovani che “da grande voglio coltivare le lumache”, oggi, l’elicicoltura, gode di un momento di crescita esponenziale anche per i suoi impieghi molteplici, dall’industria cosmetica a quella alimentare, passando per quella farmaceutica. Nel mondo ne vengono consumate 450.000 tonnellate di cui il 15 % prodotte in allevamento ed il resto raccolte in natura. Il 30% viene consumato fresco, il 47% congelato ed il resto trasformato.
Il mercato europeo produce meno lumache di quanto ne consuma per cui ne vengono importate migliaia di tonnellate l’anno soprattutto dal Maghreb, dalla Turchia e dalla Giordania. L’Italia, assieme a Francia, Spagna e Grecia, è tra i maggiori produttori. Secondo i dati della Coldiretti, il consumo delle lumache è aumentato di oltre il 300% in 20 anni, con una produzione che ha raggiunto le 44 mila tonnellate l’anno. Più di milleduecento aziende con un fatturato che supera i 265 milioni di euro destinati soprattutto al comparto cosmetico ed alimentare. Anche Giappone, Stati Uniti e Paesi Arabi ne importano perché lo considerano un alimento tipico della dieta mediterranea. Ed è vero perché nelle nostre zone montane e più povere se ne faceva uso per integrare l’apporto proteico. Infatti, la carne di chiocciola è abbondante in proteine (13,6%) ad alto valore biologico ricche di amminoacidi essenziali e vitamine, ed estremamente magra, (circa 1,7% di grassi). Oltre alle proprietà nutrizionali, sono note anche le terapeutiche dovute soprattutto alla presenza di una sostanza, la elicina, simile ai nostri anticorpi, che rafforza l’organismo dagli attacchi di batteri, patogeni e cellule tumorali. E’ impiegata anche come antinfiammatorio naturale, studi scientifici addirittura dimostrano che l’azione antibatterica della bava di lumaca, ampiamente utilizzata in cosmesi per le rinomate proprietà benefiche per la pelle, sia simile a quella della streptomicina, uno degli antibiotici maggiormente utilizzati in medicina.

Sono proprio le tante virtù delle lumache ed i possibili e molteplici impieghi che hanno portato gli allevatori campani ad istituire il Consorzio di Tutela dell’Elicicoltura Italiana (CoTELI), con il patrocinio della Coldiretti Campania, presieduto da Stefano Marra e Vincenzo Guida, con la direzione scientifica del Prof. Gionata De Vico, ordinario di Patologia Veterinaria della Federico II di Napoli. Il CoTELI, a cui hanno aderito circa 60 aziende per un totale di 366000 mq di superficie in produzione e una potenzialità di 360 ton/anno di prodotto, ha improntato la sua attività su quattro parole chiave: tracciabilità, formazione, naturalità e informazione, per trasformare l’elicicoltura italiana da attività agricola empirica a zootecnia matura, economicamente ed ecologicamente sostenibile.
Anche il gruppo federiciano Ecoles, diretto dal dott. Angelo Fierro e coadiuvato da Annachiara Forte, ha dato il suo contributo nel campo dell’elicicoltura, effettuando un confronto tra le analisi sull’impatto ambientale della produzione delle carni di lumaca con quelle tradizionali (bovine, ovine, suine) e, a parità di caratteristiche organolettiche, hanno evidenziato un minore impatto nelle prime.
Al momento l’unica minaccia per gli allevatori sono le malattie che comportano la moria degli allevamenti. “Dagli studi effettuati presso il nostro Dipartimento- spiega il Prof. De Vico- le malattie che hanno determinato mortalità di massa negli allevamenti Italiani dipendono soprattutto dalla cattiva gestione sanitaria ed alimentare degli allevamenti, che favoriscono l’insorgenza di malattie infettive, particolarmente batteriche e parassitarie”.
Si potrebbe, ad esempio, partire da una regolamentazione ed un maggiore controllo della filiera e della gestione delle importazioni di lumache dall’estero in modo da poter uniformare gli allevamenti con l’obiettivo, anche, di migliorarne le rese.
Siamo appena all’inizio, è forse il caso di dire “chi va piano va sano e va lontano”

Pubblicato su: Il Mattino

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